Non m’interessa più cosa
si vedeva nel crepuscolo
delle belle parole. Magari
niente.
Magari era tutto
vero. Era, forse, reale, infondo:
Qualche cosa c’era…
Da qualche parte, in noi, era
una ludoteca di scuse…
le solite scuse, erano
la cura del cuore,
assieme a quella vecchia fretta
che se ne va in giro
dicendo: -tu da quì
non te ne vai!- e l’ eterno
sulla base dei nostri dubbi
si capovolge in pigrizia,
e, se è buona la scusa
si finisce nel solito vuoto
a cui basta un noi
per ornare i valori buoni
con l’arte del sentimento.
Purché
noi siamo altrove, e mai
insieme all’ involucro
dei sogni di latta di una vita
prestata dal tempo
al viaggio dei giganti.
Purché siamo, insomma.
Lontano, altrove,
sì, nell’ insolito fiorire
delle speranze date
fuori da ogni cosa:
é dalla stagione é dal tempo
che riflette la meraviglia
dell’attesa d’un miracolo
da indicare nuovamente
alla terra incredula di marzo.
(Arezzo, 8 novembre 2025)
